l ritorno del Diamond (e delle nostre paure)
A Corato non riapre solo un centro sportivo.
Riapre una discussione infinita su chi deve salvare cosa.
Per anni il Diamond è stato una rovina che fumava. Letteralmente. Incendi, aste deserte, vandali, video “spettrali”. Una cattedrale nel deserto, dicevamo. Anzi no: nel deserto le cattedrali almeno restano in piedi. Qui cadevano pure i controsoffitti.
Poi, come nelle storie che non osiamo più scrivere per paura di sembrare ingenui, qualcuno lo compra. Tre milioni e qualcosa per un gigante che nel 2019 ne valeva undici. E da lì parte la seconda fase: non più il degrado, ma il sospetto.
Sarà davvero uno spazio per la città?
O un’operazione immobiliare travestita da generosità?
E il Comune? Doveva fare un passo avanti o il privato doveva farne uno indietro?
In fondo la questione è sempre la stessa: chi è il legittimo custode del bene comune?
Per mesi abbiamo assistito a un curioso balletto.
Il pubblico che dice: “È nostro, o dovrebbe esserlo”.
Il privato che risponde: “Se è vostro, perché non l’avete preso prima?”.
Nel frattempo il Diamond bruciava. E su questo, almeno, eravamo tutti d’accordo.
Ora il progetto c’è. Campi da padel, pickleball (che fino a ieri pensavamo fosse un sugo), piscina telescopica, spa, auditorium, hotel quattro stelle, McDrive all’angolo. Duecento posti di lavoro promessi. Verde, agorà, niente steccati. Una parola che torna spesso è “vivibilità”. L’altra è “futuro”.
Eppure, sotto l’entusiasmo legittimo, serpeggia un sentimento meno confessabile: la paura di essere stati scavalcati.
Non è solo una questione urbanistica. È una questione identitaria. Il Diamond non era solo un posto dove si nuotava. Era il luogo dove intere generazioni hanno imparato a stare insieme. Quando un pezzo di memoria finisce all’asta, non si vende solo cemento. Si vende un simbolo. E i simboli, si sa, non amano il mercato.
Ma c’è un dettaglio che dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia: per anni nessuno lo ha salvato. Né il pubblico né il privato. Le aste sono andate deserte otto volte. Otto. Non una svista, non un inciampo: un silenzio collettivo.
Poi, quando qualcuno lo compra, scatta la diffidenza.
È umano. Quando qualcosa torna a vivere dopo che lo avevamo già pianto, temiamo sempre che non sia vero. Che sia un trucco. Che sotto la piscina ci sia un parcheggio, sotto il parcheggio un centro commerciale, sotto il centro commerciale l’ennesima occasione perduta.
Forse la domanda giusta non è se il Diamond sarà perfetto.
Forse la domanda è un’altra: sapremo essere comunità anche quando a investire è qualcun altro?
Perché c’è una forma sottile di orgoglio che ci rende severi con chi rischia. E una forma altrettanto sottile di rassegnazione che ci rende indulgenti con il degrado.
Abbiamo tollerato macerie e incendi con meno foga di quella che oggi riserviamo ai rendering.
Il Diamond, in fondo, è uno specchio.
Ci mostra come reagiamo quando il pubblico non riesce e il privato riesce. O almeno prova.
Se tra un anno avremo davvero una piscina coperta d’inverno e aperta d’estate, un’agorà dove incontrarsi, campi pieni e luci accese, nessuno si chiederà più chi avrebbe dovuto fare il primo passo. Se invece qualcosa non funzionerà, torneremo a dividerci tra traditi e traditori.
Nel frattempo, una verità scomoda resta:
il degrado non aveva colore politico.
La rinascita, speriamo, non ne abbia neppure.
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